Oltre la vetrina

Parole che mi scivolano dalle mani, mentre devo liberare la mente.

Lei stretta in jeans chiari e una camicia nera con i bottoni gioiello, i passi svelti dentro delle décolleté nere, gli occhi scuri a perdersi oltre e il confine sottile del vederlo e volerlo, di nuovo quell’amore infinito a cui si rivolge ancora attraverso i pensieri.

“Sono trascorsi dieci anni da quando ti guardavo da quella vetrina appannata mentre sorridevi di nascosto e poi giravi piano gli occhi.

Sono trascorsi dieci anni da quando mi prendevi in giro, mi vedevi ragazzina e mi volevi accarezzare ma non riuscivi.

Io passavo e non mi potevo fermare, avevo deciso di rispettare le tue idee ma appena giravo l’angolo mi mettevo a piangere, mi poggiavo al muro e mentre scivolavo giù chiudevo gli occhi per trattenere quelle emozioni violente che portavano il tuo nome.

L’amore, prepotente che mi avvolgeva e mi faceva tirare pugni ai muri, io che avrei spaccato il vetro di quella vetrina per poterti portare via e invece aspettavo.

Vedevo il tramonto da lontano mentre evitavo gli sguardi degli altri che credevano di conoscermi, stringevo i pugni in tasca mentre poi tra quelle quattro mura fingevo andasse tutto bene, te lo avevo promesso di resistere ma a volte le gocce uscivano dal vaso e non riuscivo a trattenerle, un liquido blu come la notte che avrei voluto mi risucchiasse quando tutto aveva perso di nuovo senso.

Finché non sei arrivato tu. Mia luce.

Pelle di velluto, occhi di diamante e le labbra di passione.

Sono trascorsi dieci anni da quando ho poggiato i polpastrelli su quella porta ma era chiusa e quante volte è successo mentre tu eri a casa tua? 

Mettevo la fronte sul vetro freddo e abbassando le palpebre ti vedevo oltre che venivi ad aprirmi e mi abbracciavi finalmente. Cosa avrei dato per renderlo vero tutto quel sogno, tu non potevi saperlo.

Ho avuto una folle paura di perderti quando ti facesti male che sotto i piedi persi terreno e nuovamente tu mi prendesti la mano, senza potermela toccare, perché eri dentro al cuore e ti irradiavi ovunque.

Quante volte nella penombra della mia cucina mi davo della stupida perché non mi sentivo abbastanza. Perché mi sentivo impotente, mentre il cuore scalpitava?

Ascoltami ora, mi vedi come sono diventata? Ancora qui ad aspettarti a perdermi in un bacio rubato una mattina d’estate contro un muro che avrei voluto ci risucchiasse per sempre, io che ho trattenuto il respiro mentre ti vedevo andare via e dentro urlava anche il sangue.

Dimmi come posso non amarti.

Dimmelo tu, Amore mio.”

Lei, ora guarda una finestra e non vuole disturbare, aspetta ancora un pò, scioglie i capello e sfila le scarpe, guarda la porta, potrebbe aprirsi finalmente, non lo so.

Io credo solo nel destino.

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2020-07-14T18:30:52+00:00