Figlio quando al mattino non ti vuoi svegliare per andare a scuola.
Figlio nei pomeriggi impegnati tra studio e sport.
Figlio che arriccia il naso davanti ai piatti che non ti piacciono.
Figlio con gli occhi pieni di sorpresa e sogni sul tramonto che colora le sere d’estate.
Figlio dai vestiti troppo larghi ad abbracciare le giornate impegnate.
E quelle camicie bianche che abbandoni stropicciate sulla sedia in camera dopo quei sabati sera con gli amici.
Figlio che cammina ciondolando sul marciapiede mentre rispondi ad un messaggio di quel ragazzo con cui sei cresciuto fin da piccolo.
Figlio raccontami il tempo che trascorri lontano da casa, non perché io sia curiosa ma perché mi piace la tua voce che cambia dentro le parole che scorrono veloci. Racconta gli incontri, sorridi, abbassa la testa e poi ricomincia. Addentrati in quello che io chiamo domani mentre mi dici che tu vivi al momento.
Ero così anche io alla tua età, anche se ora ho il ruolo del genitore, ma mentre ti vedo spettinato e distratto dentro ai tuoi pensieri, mi riconosco nel tempo in cui anche io cercavo di farmi spazio nel mondo.
Forse non è mai abbastanza crederci, seguirti nei tuoi mille progetti, affiancarti, stancarmi, ma non potrei volere altro.
Figlio ti aspetto.
Quando la sera diventa notte e il tempo oscilla e si allunga.
Ti aspetto mentre gli altri sono tornati a casa e io non so dove sei.
Anche se lo so, ma non voglio accettarlo. Così la realtà si dilata, le voci diventano di gomma, io non penso ma accelero le immagini.
Figlio.
Dentro una festa che è diventata inferno. Dentro una notte che ha inghiottito sogni, costanza, voci, domani. Altre vite giovani, incantesimi spezzati, pozzi di fiamme a divorare meraviglie.
Figlio. Guardo una foto e sento il tuo profumo di tutti gli anni in cui ti rifugiavi tra le mie braccia e non era mai abbastanza.
Figlio, oggi io resto orfana di te. Di tutte le cose che avresti potuto raccontarmi e che non potrò più sentire. Dei tuoi occhi curiosi dentro alla vita. Di quella noia sui libri di scuola. Del sudore dopo gli allenamenti.
Figlio. Il dolore ora è insopportabile.
Ho sperato dentro alla tragedia. Ho urlato muta davanti a tutti gli altri. Ho chiuso gli occhi vedendoti ancora uscire di casa dopo che ci eravamo fatti gli auguri e avrei voluto riportarti a quel momento e dirti di restare.
Tutto dentro di me si accartoccia, il respiro si incrina, gli occhi cedono.
La disperazione mi divora e dentro agli incubi di quelle ore in cui crollo senza volerlo, ti sento, mi chiami, mi chiedi aiuto, vedo il fuoco, le tue mani che cercano aiuto e io soffoco, non riesco a raggiungerti.
La paura che tu hai provato mi trascina in un limbo.
Figlio. Non sarò mai capace ad accettare che tu non ci sei più.
(Dedicato alle vittime della tragedia a Crans-Montanà in Svizzera)