Emiliano

Parlavo con mia madre questa mattina.

E sei saltato fuori tu.

Era primavera e noi avevamo iniziato a farci compagnia, tu con quegli occhi verdi ed i capelli neri cortissimi e non ingellati come quelli degli altri.

Volevo scappare da te e te lo dicevo anche dentro quei messaggi alle otto del mattino, mentre gli altri andavano a scuola e io invece stavo seduta sul mio letto e piangevo perché non riuscivo a reggermi in piedi.

Ridevamo e ora se ci penso ci rivedo su quel pullman, tu seduto con le gambe alzate contro il sedile davanti ed io dalla parte opposta che ti fotografavo con la mente e quell’immagine mi resta ancora dentro come se potessi acchiapparla ora.

Era solo uno sbaglio quello che poi siamo stati e poi persi.

Emilano.

Dentro le parole che mi uscivano dai polsi, se mi sei mancato non lo potevo dire perché mi stavi aiutando ad uscire da un inferno anche se non sapevo che stavo bruciando.

Avevo paura mentre salivo quelle scale di pietra e non sapevo cosa mi stava succedendo mentre la mia schiena diventava sempre più debole.

Mi mancava quello che non avevo avuto, volevo solo un bacio mentre distratta stavo appoggiata ad un muro, a te dispiaceva, perché noi non eravamo innamorati ma complici, ci avevano fatto male nello stesso posto, lontani chilometri e chilometri da casa e quegli aguzzini non sapevano che ci saremmo trovati poi oltre quel viaggio.

Chissà oggi se ti sei costruito la vita che poi volevo darti io.

Ti vedo con quegli occhi limpidi mare eterno mattino che fa venire i brividi se esci di casa senza la giacca di sempre.

Emiliano.

Mi hai lasciato ed io ho deciso di stracciare quei fogli perché se non ci saremmo incontrati mai, non aveva senso tenerli e poi rileggerli come se nulla fosse.

Mi è successo che le mie parole si cancellassero da fogli sporcati da salsedine, ma tu eri già passato perché il 2005 ormai era lontano e tu eri già sceso da quel pullman senza sapere che dopo due giorni ci saremmo sentiti senza conoscerci.

Tu dovevi essere il coraggio che non avevo mai avuto.

Eri bello e mi facevi ridere e mi sembravi troppo.

MI dicevi che io non avevo colpe e se sapessi che continuo a darmene.

Si è rotto qualcosa lì, in quegli anni, come fuori dal cancello della tua scuola, con la mia giacca bianca e le facce degli altri, a dirmi che mi ero fatta bella per te.

Stringo ancora oggi i pugni, ho fatto un balzo in avanti, ma io che ero sempre orgogliosa di me, ora non vedo mai nulla di bello in quello che sono e tu sei stato il primo a dirmelo e avevamo diciotto anni.

Ancora poche settimane e sono trentatrè.

Dove sei tu?

Si sono aperti i cancelli e devo entrare, sei seduto poco più in là ed io sto tremando con quei cinque chili in meno e i jeans che scivolano lungo i fianchi e le notti in quell’albergo che mi hanno portato via la mia ingenuità, mi siedo e vorrei scappare.

Tu non sai venire a prendermi, piccola come se non sapessi qual è la via d’uscita e oggi, come allora ho paura.

Un racconto sconclusionato, un casino di sensi che dai polpastrelli mi portano quello che ho vissuto.

Emiliano. 

La stanza vuota, le finestre grandi e il palazzo davanti.

La notte ingorda e la mia solitudine.

Vienna.

E saremmo tornati a casa, ma senza più essere noi.

(Dedicato a quel ragazzo nato il 3 maggio 1987)

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2020-05-18T15:34:45+00:00